
Introduzione
In questo articolo entrerò nel terreno scivoloso dell’uso delle chat nella società di oggi. L’informatica non è solo scienza ma ha anche una componente politica preponderante: decidere come devono funzionare gli strumenti tecnologici. Quando poi si tratta di piattaforme multinazionali, queste politiche stabilite dai produttori hanno notevoli impatti sociali dei quali spesso noi comuni cittadini siamo inconsapevoli. Il mio tentativo è quello di accendere un faro sul mondo delle chat per diffondere maggiore consapevolezza e renderle uno strumento utile a migliorarci la vita, evitando di farne cattivo uso e di subirne i potenziali danni, specialmente da parte delle giovani generazioni.
Uno dei fili conduttori di tutto l’articolo è la tesi principale del saggio “Gli strumenti del comunicare” di Marshall McLuhan, pubblicato nel 1964, che ha un intero capitolo dedicato alle “telefonate” ma nulla dice sulle chat, banalmente perché a quell’epoca non esistevano ancora. La tesi del saggio, arcinota, è che “il mezzo è il messaggio”, cioè, parafrasando in una sintesi ingenerosa e dozzinale, che il mezzo di comunicazione influenza non poco il messaggio, tanto che a volte diventa esso stesso il messaggio. La tesi è più che valida da applicare anche per le chat, dunque cercherò di evidenziare come questi strumenti siano in grado di distorcere il messaggio e cambiare le nostre vite, specialmente se usati in modo inopportuno.
Prima di addentrarci nei dettagli pratici, illustrerò una panoramica dei principali mezzi di comunicazione digitale per poi stilare un vero e proprio galateo delle conversazioni. Questo mi permetterà di esaminare due casi molto familiari: le chat dei genitori a scuola e, aspetto ben più delicato, l'impatto di questi strumenti sulla vita e la sicurezza dei nostri figli.
Capitolo 1 - I mezzi di comunicazione diretta
Per capire fino in fondo le obiezioni tecniche e sociologiche che muoverò nel prossimo paragrafo, provo a mettere in ordine le principali peculiarità dei mezzi di comunicazione diretta più usati al giorno d’oggi. Per mezzi di comunicazione diretta intendo tutti quei mezzi che mettono in comunicazione uno o più mittenti precisi con uno o più destinatari precisi senza intermediazione.
La chiamata
Da quando esistono gli smartphone, le chiamate (telefonate e videochiamate) hanno perso di rilievo nelle comunicazioni e sono rimaste relegate ad urgenze, comunicazioni particolarmente complesse da gestire e chiacchierate intime. Le chiamate sono il sistema di comunicazione più rapido ma al contempo il più invasivo (a meno di non lasciare la suoneria silenziosa, pratica non sempre corretta).
La prima categoria di chiamata, la telefonata, o chiamata vocale, è un sistema comunicativo quasi completo, cioè si presta ad essere abbastanza chiaro, efficace e difficilmente ambiguo. Non è in grado di trasmettere, infatti, solo il linguaggio non verbale (gestualità, espressioni facciali, tic, etc.) ma per il resto fa trasparire il tono, il tenore, etc. e talvolta anche lo stato d’animo.
Nel secondo tipo invece, la videochiamata, l’interlocutore accede visivamente all’ambiente di vita altrui. Se da un lato si paga il prezzo di un’invadenza superiore a quella di una normale telefonata, dall'altro si ottiene una completezza quasi assoluta di comunicazione grazie al linguaggio del corpo (al netto di ciò che non è inquadrato o ben illuminato). È difficile che in condizioni ottimali sfugga qualcosa agli interlocutori, a meno che qualcuno non sia di per sé incapace di comunicare o sia deliberatamente omissivo.
L’email
Il corrispettivo elettronico delle lettere spedite con il servizio postale è l’email. È il mezzo meno invasivo di tutti ed è nato per essere puramente asincrono ma, tra tutti i mezzi che utilizzano scrittura e disegno, è il più nobile e completo. Puramente asincrono significa che, a differenza delle chiamate durante le quali si parla e si ascolta in tempo reale, la lettura delle email, ammesso e non concesso che vengano lette, avviene in futuro in un tempo indefinito. Lo stesso vale per la risposta: ipotizzando che il destinatario risponda, tale risposta può avvenire in futuro in un tempo indefinito.
Nel mondo odierno dell’iperconnessione, a dispetto della sua apparente obsolescenza, questo mezzo è molto prezioso. Prova ne è che tutte le email, sia quelle formali che quelle informali, obbligano il mittente ad articolare bene il discorso, a strutturare una premessa, uno svolgimento e una conclusione; occorre che il ragionamento sia coerente e consequenziale, che sia anche completo, schematico e chiaro. Chi scrive lettere e email mantiene allenate importanti abilità cognitive e allena il pensiero critico.
Come tutti i mezzi basati sul testo, però, l’email non è un sistema di comunicazione completo. A meno di non descrivere tutto per filo e per segno, infatti, non lascia trasparire lo stato d’animo, le emozioni e, più semplicemente, il tono. Uno stesso passaggio, infatti, può assumere significato sarcastico o significato letterale a seconda del tono della voce ma i testi ne sono sprovvisti; bisogna costruire un giusto contesto attorno al testo per evitare queste ambiguità e non è semplice. Questo svantaggio, però, è un ulteriore incentivo per allenarsi a costruire la comunicazione in modo attento e adeguato.
La chat
La chat è il mezzo che più di tutti si è trasformato nel tempo, in senso migliorativo nelle possibilità tecniche, in senso peggiorativo nelle abitudini sociali. Le chat sono nate nei computer fissi e ad esse si doveva ogni volta accedere per usarle e da esse si doveva uscire alla fine dell’utilizzo, quindi non si era costantemente reperibili. Erano infatti perlopiù improntate ai momenti di socialità della vita reale, alla stregua di quando si accede a un luogo di ritrovo (bar, piazza, club…): si usavano in un momento circoscritto della giornata e senza nessuna possibilità di parlare con qualcuno in differita né di recuperare conversazioni alle quali non si era presenti.
Se tralasciamo per il momento i cosiddetti “messaggi vocali”, la principale caratteristica delle chat ad essere rimasta invariata dalle origini ai giorni nostri è che sono un ibrido imperfetto tra un’email e una telefonata. Delle email prendono semplicemente la forma scritta, quindi, non potendo trasmettere il tono della voce, si prestano ad ambiguità; ciò accade anche molto più facilmente rispetto a quanto avvenga nelle email, perché si presta meno attenzione alla formulazione del messaggio, per l’appunto con la stessa spontaneità di una telefonata. Delle volte somigliano alle telefonate anche nella sincronia perché, se entrambi gli interlocutori partecipano contemporaneamente alla conversazione, c’è un continuo botta e risposta.
La vera evoluzione delle chat è avvenuta nelle modalità di uso. Da quando esistono gli smartphone che viaggiano sempre con noi, la chat è sempre attiva ed è diventata un mezzo che ha mutuato un po’ dell’invasività delle telefonate e un po’ della differibilità delle email. Il nuovo patto di comunicazione che è stato stipulato è una via di mezzo tra telefonata, in cui il destinatario accetta di essere “disturbato” da brevi notifiche (meno invasive e cogenti degli squilli) ed email, in cui il mittente accetta che il destinatario possa non leggere il messaggio subito o non leggerlo affatto o non rispondere subito o non rispondere affatto. La chat quindi si è trasformata da un circolo ricreativo in cui decidevamo se e quando entrare, ritagliandoci un preciso momento della vita ben confinato in cui partecipare attivamente o da spettatori, a una specie di agorà virtuale, spesso chiassosa, senza limiti né confini, a cui prendiamo parte come consuetudine sociale ma ciascuno con un approccio diverso.
Silenziare le notifiche, cioè l’equivalente di togliere la suoneria per le telefonate, come rimedio ad alcune storture, non è una soluzione eticamente disastrosa nel caso delle chat; il patto, infatti, è che il mittente sa già che il messaggio può non essere letto subito o addirittura mai. Quindi non si fa un gran torto a silenziare. Attenzione però perché in questo modo, rovesciando la medaglia, si perde l’occasione di usare la chat al meglio, sia nella veste di mittente che di destinatario. Ad esempio da mittenti si può perdere la fiducia nell’uso del mezzo con determinati destinatari che non rispondono mai o lo fanno puntualmente in ritardo. Da destinatari, se non si risponde mai, nella migliore delle ipotesi si rischia di avere una notevole mole di arretrato da leggere e che sfugga ciò che è prioritario; nella peggiore delle ipotesi si rischia di essere tartassati da telefonate quando magari bastava scrivere semplici risposte come “ok” oppure “no”.
Considerato tutto, data la piega invasiva che hanno preso le chat, ritengo che l’approccio eticamente più valido sia una corretta educazione all’uso. Dato che il mezzo continua ad essere il messaggio, come McLuhan ha insegnato, chi usa male il mezzo quasi sempre non trasmette un messaggio costruttivo e proficuo; con pochi, semplici accorgimenti invece si può rendere la chat un luogo virtuale migliore e più utile per tutti. Il prossimo capitolo ha lo scopo di dare una mano in questa direzione.
Capitolo 2 - Il galateo delle chat
Chat singola
Per chat singola intendo la conversazione privata con un solo destinatario.
Soffermiamoci innanzitutto sui messaggi di testo. Ad ogni messaggio inviato arriva una notifica al destinatario. Se chi vuole contattare qualcun altro via chat invia da subito una raffica di messaggi, il destinatario sentirà una raffica di notifiche che da prezioso avvertimento si tramutano in rumore molesto. Fare lo sforzo di aprire la conversazione con un solo e unico messaggio, corretto, comprensibile e completo di tutto ciò che si vuole dire, è un segno di rispetto verso il destinatario ed evita il rischio di essere silenziati. La situazione si ribalta se il destinatario, quando vuol rispondere al mittente, nota che quest’ultimo è attivo e collegato alla chat (ossia è “online”); in quel caso paradossalmente è più corretto spezzare un messaggio lungo in una serie di messaggi brevi consecutivi, ma sempre ben costruiti, per evitare che si rimanga troppo a lungo vicendevolmente in attesa di risposta. Diversamente sono sempre preferibili messaggi singoli che comprendano tutto. Con questa modalità d’uso gentile e rispettosa, il messaggio in chat diventa il compromesso migliore: a differenza delle telefonate non disturba e non distoglie il destinatario dalle sue faccende e, al contempo, fa ottenere risposte decisamente più rapide rispetto alle email.
Passiamo ai messaggi vocali, modalità da usare cum grano salis. Partiamo dal presupposto che il tempo che occorre ad ascoltare una voce registrata è molto maggiore del tempo che occorre a leggere un testo di pari contenuto; per due motivi, uno ovvio e un altro meno ovvio. Il primo è che un discorso fatto a voce è pieno di pause, silenzi, errori e può essere espresso con una qualsivoglia flemma. Il secondo motivo, meno ovvio, è che un testo parlato è improvvisato e non può essere rivisto né semplificato; quindi, oltre ad essere più lungo del necessario è generalmente più contorto e meno comprensibile. Per il mittente la situazione è speculare: scrivere un messaggio di 10 parole ben strutturato, ben studiato, facilmente e rapidamente comprensibile, richiede molto più tempo di mandare un messaggio vocale con molte più parole. Si attribuisce a Pascal la celebre frase «Se avessi avuto più tempo, ti avrei scritto una lettera più breve»: ci vuole molto tempo a controllare, modificare e rileggere tante volte un testo scritto per renderlo sintetico e ottimale. Con i messaggi vocali, quindi, il mittente risparmia tempo a scapito del destinatario. Naturalmente ascoltare al doppio della velocità risolve il problema solo parzialmente o solo in apparenza.
Per non apparire egoisti ogni qualvolta si invia un messaggio vocale, basta considerare le circostanze limite in cui questo è, anzi, preferibile rispetto ai messaggi di testo. Quando occorre inviare un messaggio urgente e si è davvero molto di fretta o non si hanno le mani libere, meglio la voce che niente. Altresì, in quelle specifiche circostanze in cui la viva voce o i suoni circostanti aggiungono informazioni e segni dirimenti per l’interlocutore (trasmettendo lo stato d’animo o facendo sentire dei rumori particolari o facendo emozionare) vada per il messaggio vocale.
Chat di gruppo
Le chat di gruppo sono quelle che si svolgono contestualmente tra tre o più partecipanti. Per queste, di base, vale tutto ciò che fin qui si è detto per le chat singole ma con un’aggravante notevole: gli effetti, positivi o negativi, del nostro comportamento si moltiplicano per il numero di partecipanti. Non arriva più una notifica ma arrivano tante notifiche. Se un singolo utente invia messaggi frammentati, moltiplica ulteriormente le notifiche (diversi messaggi per diversi partecipanti). Non si impiegano due minuti di messaggio vocale per l’ascolto ma 2 moltiplicato tanti e così i minuti possono facilmente diventare ore, ripartite sulla vita di tutti i partecipanti.
L’aspetto meno scontato ma più importante in assoluto della buona creanza sulle chat di gruppo è il passo appena precedente. Partendo dall’assunto che i comportamenti più virtuosi in una chat di gruppo possono solo limitare gli effetti collaterali, senza annullarli, il miglior rimedio è decidere sapientemente se sia giusto o meno creare una chat di gruppo. L’idoneità dello strumento è data da svariati criteri che, se valutati con scienza e coscienza, il più delle volte portano alla conclusione che no, non serve una chat di gruppo. So benissimo che decidere non è semplice come creare una chat di gruppo: non bastano un paio di tocchi con le dita. Proverò allora ad elencare alcuni dei principali criteri con lo scopo di rendere solidamente l’idea, non di essere esaustivo.
- Qualità dei partecipanti. Se si sa già chi dovrà far parte del gruppo, spesso si sa già anche qualcosa del loro profilo comportamentale. Sarà sufficiente dare il giusto peso ai trascorsi delle persone in qualità di utilizzatori di chat per stabilire se la larga maggioranza sarà composta da persone predisposte a comportamenti virtuosi e al sano e corretto utilizzo del mezzo. Se così non è, il più delle volte la chat di gruppo non è il mezzo idoneo perché, per quanto possano essere lodevoli le finalità, si rischia facilmente di non ottenerle.
- Quantità di partecipanti. Se i partecipanti dovranno essere svariate decine o svariate centinaia, la chat può diventare un mezzo di disinformazione. È un po’ come l’offerta dei media odierni: l’aumento smisurato di canali televisivi, piattaforme in streaming e social network, rende impossibile stabilire chi valga la pena ascoltare. In tal senso ogni partecipante della chat può essere visto come un medium a sé stante: più ce ne sono, più è complicato stare dietro a tutti e capire chi sono le voci più autorevoli. Molte volte, inoltre, quando si è in troppi la chat viene ignorata dai più o semplicemente la si abbandona. In questi casi ha più senso dividersi in piccoli gruppi tematici oppure creare un canale di tipo informativo, in cui gli utenti “amministratori” diramano gli avvisi essenziali e gli altri partecipanti possono solo leggerli.
- Regole. Nelle chat delle origini, quando si accedeva a un canale (il corrispettivo degli odierni “gruppi”) per prima cosa comparivano le regole di quel canale, stabilite dai suoi amministratori. Chi non le rispettava veniva bandito. Un buon modo per stabilire se sia il caso di creare una chat con partecipanti di indole eterogenea è verificare che chi la crea sia in grado di stilare un regolamento efficace e sintetico e abbia il carattere e il rigore adatti a farlo rispettare.
- Scopo. Il criterio che in assoluto ha il peso maggiore, infine, è stabilire se la chat di gruppo sia lo strumento adatto allo scopo di chi la vuole istituire. Seguono esempi per i quali lo strumento, unito alle ulteriori buone maniere di cui parlerò più avanti, è idoneo allo scopo:
- La chat del direttivo di un’associazione. Il direttivo è di solito composto da un numero esiguo di componenti ed è naturale usare lo strumento in modo circoscritto (ad esempio per organizzare le riunioni in presenza o diramare avvisi o chiedere pareri qualificati).
- La chat dei migliori amici. I migliori amici sono davvero pochi ed è un’ottima partenza. La chat di gruppo permette di fare conversazioni leggere dove e quando si vuole: la natura goliardica, distensiva e mai urgente rende lo strumento particolarmente adatto. Si può anche silenziare senza fare torto a nessuno.
- La chat dei parenti lontani. Un pensiero ai parenti lontani li rende più vicini. Per fare gli auguri per compleanni e feste comandate o comunicare eventi importanti come gravidanze, matrimoni, lauree etc., la natura occasionale di queste comunicazioni rende piacevole anche scambi intensivi di messaggi.
- La chat dei colleghi d’ufficio. Se l’ufficio è l’unità operativa minima e quindi si è in numero esiguo, la chat è lo strumento perfetto per diramare avvisi, ad esempio un ritardo imprevisto, e richieste, ad esempio di farsi sostituire in un turno per un contrattempo. Non è difficile arginare gli abusi: gli ambienti di lavoro sani si prestano bene a stabilire confini comportamentali tra colleghi.
Tutti questi esempi positivi sono accomunati dal valore aggiunto dei partecipanti che supera le incombenze. Per capire meglio il concetto userò tre esempi di inidoneità della chat di gruppo:
- L’agenzia di stampa. Chat usate per rilanciare notizie già note ai partecipanti. Tendono a creare rumore di fondo, accentrare in pochi la partecipazione attiva e tramutare i più in fruitori passivi o disinteressati.
- L’ufficio informazioni. Se non nascono volutamente come gruppo di ascolto e di supporto, con regole precise, lo diventano contro volontà e senza regole. Anche qui la partecipazione si polarizza fortemente: una parte ignora i messaggi e l’altra parte chiede e/o fornisce informazioni.
- Le chat di appartenenza. La maggioranza delle chat non necessarie hanno come genesi l’appartenenza (stesso progetto, corso, ufficio, luogo di culto etc.). Scopo non dichiarato: varie ed eventuali. Destino tipico: abbandono o trasformazione in “agenzia di stampa” o “ufficio informazioni”.
Per completezza è bene precisare che quelle volte in cui le richieste di informazioni non sono banali e sono, anzi, potenzialmente utili all’intero gruppo vale sempre la pena di inviarle a beneficio di tutti (anche se esulano dallo scopo principale). Altrimenti è meglio rivolgersi ad un solo destinatario con una chat privata, al posto di cercare quell’aiuto, in fondo non così necessario, occupando uno spazio comune. Il valore aggiunto dei partecipanti che ho citato in precedenza si misura con il grado di “novità” degli interventi effettuati sul canale. Alcune delle possibili novità sono: una battuta (originale o citata, ma che sia una perla rara), una notizia data in tempo reale (“la Via Garibaldi è bloccata, sono rimasto imbottigliato nel traffico”), l’avviso di un evento di nicchia, un’idea o una proposta originale, un'intuizione (“ho letto questa notizia, poi quest’altra e poi mi sono ricordato di quest’altra cosa ancora: unendo queste informazioni ho capito che…”). La novità è il sale delle chat di gruppo.
Affrontato il tema delle chat che servono davvero, aggiungo alle già discusse norme di comportamento per le chat singole anche tre specifiche norme per quelle di gruppo, utili se si è in pochi, indispensabili se si è in tanti. L’obiettivo dichiarato di queste norme è evitare di innescare sciami di risposte che creano solo opacità e confusione.
La prima regola è porre la domanda giusta. Una domanda come “Chi di voi ha una moneta da 100 lire del ‘65?” rischia di scatenare innumerevoli risposte negative in mezzo alle quali se ne potrebbe perdere qualcuna utile o significativa. In questo e altri casi il messaggio giusto da inviare sarebbe: “se qualcuno di voi ha una moneta da 100 lire del ‘65 mi mandi un messaggio in privato, grazie”.
La seconda regola è non rispondere se non serve. Ribaltiamo i ruoli e mettiamoci nei panni dei destinatari. Lo sforzo cognitivo da fare in questi casi è ricordare a se stessi che evitare di rispondere quando nessuno ha preteso una risposta non è maleducazione né mancanza di rispetto. Di contro, invece, rispondere solo per mostrarsi dispiaciuti di non poter essere d’aiuto non solo, appunto, non è d’aiuto ma in più è controproducente perché lancia notifiche multiple e dissemina contenuti che fanno perdere tempo agli altri partecipanti.
La terza regola è usare gli strumenti giusti. Rimando all’appendice 1 (esempi di utilizzo degli strumenti giusti). Esistono decine di strumenti gratuiti per fare sondaggi o raccogliere disponibilità in un solo click: non usarli per pigrizia e preferire l'invio di decine di messaggi poco costruttivi e dispersivi è pura maleducazione digitale.
Andando anche oltre le chat, prima di farvi stare bene qualsiasi strumento tecnologico vi propongano o impongano, chiedetevi sempre se vi ha migliorato davvero la vita: vi ha dato più tempo da dedicare alle cose importanti, vi ha fatto sbagliare meno, vi ha velocizzato e semplificato le operazioni più onerose, vi ha reso più informati, consapevoli e aperti mentalmente etc.? Inoltre, tutto ciò l’ha sempre fatto senza abusare della bontà e della pazienza di un numero eccessivo di persone?
Chiuso questo capitolo, andrò ad analizzare due casi emblematici; per analizzare il caso della chat delle mamme partirò dalle considerazioni fin qui fatte. Poi però mi spingerò ben oltre per dimostrare che esistono anche aspetti legali, pedagogici, psicologici e di sicurezza digitale di cui essere consapevoli e rispetto ai quali voglio fermamente sensibilizzare i lettori, specialmente nell’ultimo capitolo che riguarda la chat dei figli.
Capitolo 3 - Le chat dei genitori
Parto innanzitutto da qualche breve considerazione sul nome con cui in Italia viene comunemente chiamata la chat di gruppo che raduna alcuni dei genitori dei figli che frequentano la stessa classe dello stesso istituto: “chat delle mamme”. Nonostante l’intento di questo capitolo sia mettere fortemente in discussione l’esistenza stessa di questa chat, mi rimane un sincero rammarico: il fatto che non sia nota come “chat dei genitori”. Sembra una questione di lana caprina ma invece è un fatto che non fa bene né alle mamme, né ai papà, né a qualsiasi altra categoria genitoriale e tutoriale. Ci sarebbe molto da dire sulle tante storture nascoste dietro al nome “chat delle mamme” e alle dinamiche familiari spesso non del tutto costruttive per i figli ma esula dal mio scopo. Mi limito a sottolineare l’aspetto che più mi interessa: questo paragrafo è rivolto anche ai genitori e tutori che non partecipano a questa chat, al di là del fatto che l’altro genitore invece vi partecipi o meno. L’affaire “chat dei genitori” infatti, pur partendo dai problemi strutturali già discussi nel capitolo precedente (alle cui conclusioni il lettore può giungere da solo), si spinge ben oltre, attraversando il terreno impervio della sana educazione dei figli fino ad arrivare alla protezione della loro incolumità. Per rendere meglio l’idea costruirò il ragionamento attorno ad una serie di luoghi comuni, immaginando che vengano enunciati da un genitore che si pone strenuamente in difesa di questo tipo di chat.
- “Grazie alla chat ho i riferimenti di tutti i genitori”. Mettere in piedi un sistema complesso come una chat di gruppo e ridurla a un surrogato di rubrica telefonica è del tutto sproporzionato. Piuttosto, con un po’ di socializzazione e scambio nel mondo reale, si può ottenere lo stesso risultato e anche costruire relazioni solide con le persone con cui ci si sente più in sintonia.
- “Grazie alla chat posso chiedere di ricordarmi a che ora escono domani i ragazzi o quando iniziano le vacanze di Natale. O qualcuno può ricordare a tutti che stasera c’è l’elezione del rappresentante di classe.”, eccetera. Tutte queste informazioni sono già diramate dai canali ufficiali di scuola e di classe ed è sufficiente controllare di tanto in tanto o alla bisogna. Se non si hanno figli troppo piccoli, ci si può aspettare che loro stessi si facciano portavoce. Può essere lo spunto per chiedere alla scuola di adottare un canale informativo in grado di inviare notifiche.
- “Se ho un dubbio posso chiedere”. Ammettiamo a noi stessi che qualche volta il dubbio è solo una scusa per giustificare la propria pigrizia (è successo anche a me). Ciò detto, a volte può succedere che le comunicazioni diramate dalla scuola o dalla classe non siano espresse in modo chiaro (beninteso, non è una peculiarità delle scuole ma può capitare in qualsiasi contesto). In questi casi vedo almeno tre possibilità. La prima: se il dubbio è differibile lo si può sottoporre a referenti della scuola o altri genitori alla prima occasione utile in cui si incontrano. La seconda: se il dubbio è urgente si può contattare privatamente un solo genitore e confrontarsi. La terza, che reputo la migliore in assoluto (salvo le volte in cui la questione comporti rischi irrimediabili): sbagliare, anche di grosso. Se a sbagliare sarà solo un genitore, imparerà qualcosa che prima non sapeva. Se a sbagliare saranno tanti o tutti i genitori, quest’evento inatteso spingerà la scuola a riordinare i canali ufficiali ed evitare che i genitori debbano ricorrere a soluzioni improvvisate.
- “Questa chat mi ha salvato tante volte!”. Il concetto di salvezza è la sintesi dei tre punti precedenti ma al contrario. Dietro ogni salvezza percepita dal genitore, infatti, si cela la rubrica telefonica, la bacheca degli avvisi e l’ufficio informazioni sotto mentite spoglie di chat di gruppo. Il problema vero è che nessuno dei partecipanti è un fornitore di contatto telefonico, né un’agenzia di stampa, né un addetto alle pubbliche relazioni: è semplicemente un genitore. Non è giusto (credere di) farsi salvare da tante persone quando realmente non serve: si sta parlando di figli che frequentano la scuola, non di provveditorato agli studi. Se ci pensiamo bene significa mobilitare trenta persone per gestire un piccolo dubbio individuale che si potrebbe chiarire con un pizzico di pazienza o una semplice occhiata al diario del figlio.
- “Con la chat scegliamo il regalo per gli insegnanti e per il rappresentante di classe, organizziamo gite ed eventi di nostra iniziativa, invitiamo alle feste di compleanno…”. Anche qui la soluzione ha lo stesso ritornello: organizzarsi fuori dalla scuola e/o creare delle chat temporanee perché non tutti vogliono scegliere i regali e non tutti vogliono partecipare ad eventi organizzati da altri genitori. E gli inviti ai compleanni? Sono una delle migliori occasioni per coinvolgere i veri protagonisti di cui spesso ci dimentichiamo in questi contesti: i figli. Fategli distribuire in classe dei biglietti di invito disegnati da loro o, ancor più bello, da voi e loro insieme.
- “Con la chat il rappresentante di classe ci comunica informazioni ufficiose ma importanti che provengono da scuola e docenti”. In questi casi il rappresentante può parlare di presenza con qualcuno dei genitori e raccomandare un passaparola. Può creare biglietti da distribuire all’uscita di scuola. Ancor meglio, può creare un canale di informazione: non è una vera e propria chat ma un ambiente in cui si possono solo leggere i messaggi che invia l’amministratore (che in questo caso è proprio il rappresentante). Se qualche genitore vuole chiedere chiarimenti su questi messaggi contatta in privato il rappresentante, online o di presenza. Se poi da questi dubbi espressi in privato scaturiscono nuovi chiarimenti da diramare a tutti, il rappresentante ricomincia da capo (passaparola, biglietti o canale informativo).
- “Con la chat condividiamo le foto dei nostri figli scattate in gita o alle festa di compleanno”. Nessuno dei partecipanti generalmente ha mai autorizzato per iscritto lo scambio di queste foto e, soprattutto, farle girare non è una buona idea. La vera e propria piaga delle foto e dei video dei minorenni sui social non è confinata a Facebook, Instagram o TikTok. Vale su tutto internet, quindi anche su WhatsApp. Non esiste una cura ma esiste un vaccino ed è l’unico possibile atto di responsabilità: non fare mai girare su internet né informazioni né contenuti multimediali personali, men che meno sui minorenni. Ogni informazione che oltrepassa i confini di telefoni e computer va irrimediabilmente fuori dal proprio controllo. Chiunque la riceva, in buona o cattiva fede, la può inviare a sua volta ad altri (e così via all’infinito) o la può addirittura rendere pubblica sui social network, alterare o manipolare. Finché si inviano un paio di foto a un parente lontano il rischio è contenuto. Inviare foto sulla chat dei genitori, a ben vedere, equivale ad esporre informazioni delicate a decine di perfetti sconosciuti e a dare loro responsabilità onerose.
Dopo questa serie di informazioni mi auguro di avervi dissuaso dall’idea di creare o partecipare a questo tipo di chat; certo di non esserci riuscito, va bene anche avervi fatto riflettere nell’ottica di rivedere le modalità con cui interagite.
Capitolo 4 - Le chat dei figli
Fin qui ho descritto comportamenti negativi riferiti alla popolazione adulta (naturalmente con intento propositivo, affiancando la narrazione a suggerimenti utili a correggere il tiro). Per definizione, gli adulti hanno maggiore consapevolezza, buon senso e maturità rispetto a bambini e ragazzi ma ciononostante di problemi ne ho sviscerati un bel po’. Quindi, con queste premesse e con le dovute proporzioni, cosa accadrebbe se dessimo la chat a dei non adulti? Innanzitutto evitiamo di cadere in una trappola: la convinzione che “nativi digitali” significhi avere piena padronanza, consapevolezza e conoscenza dei mezzi è sbagliata perché in realtà significa solo essere avvezzi fin dalla nascita all’esistenza di certe tecnologie.
Ciò premesso, dare in mano a dei non adulti uno strumento come la chat (e tanti altri) non solo porta i problemi già discussi (dispersione di tempo, mancanza di rispetto etc.) in una versione ancor più esasperata - d’altro canto parliamo di bambini - ma la cosa grave è che aggiunge altri problemi ben più seri, relativi alla salute e alla sicurezza. La trattazione che segue andrà a descrivere vari problemi, non necessariamente correlati tra loro, che però hanno almeno un aspetto in comune: anche uno solo di essi rappresenta un valido motivo per ritardare più possibile (anche oltre i 13 anni!) l’uso della chat da parte dei figli.
Termini e condizioni
Per parlare di questa questione mi baserò sulla piattaforma WhatsApp ma tengo a sottolineare che il discorso vale, in termini analoghi, anche per tutti gli altri servizi di chat.
Lo ricordo in primis a me stesso perché non lo faccio quasi mai e sbaglio: leggere almeno una volta nella vita i termini di servizio di WhatsApp (e anche di tutti i servizi che sottoscriviamo), cioè conoscere diritti e doveri, è il minimo che si debba fare per usare il mezzo in modo corretto e responsabile. A proposito dei minori di 13 anni, alla data di uscita di questo articolo WhatsApp prevede espressamente quanto segue:
- possono usare solo account speciali supervisionati dai genitori (se già disponibili nel vostro paese)
- i genitori si assumono la piena responsabilità delle attività dei propri figli su questa piattaforma
Dai 13 anni in su WhatsApp non impone più nessuna restrizione. In Italia, al momento, è ancora in corso l’attivazione degli account supervisionati, cioè non sono ancora disponibili per tutti e il criterio di selezione non è chiaro. Quindi, se avete figli, rientrate in una di queste due casistiche: la funzione di account supervisionato vi è stata attivata oppure no.
Se non vi è stata attivata, non resta che soffermarci sul fatto che WhatsApp fa espresso divieto di utilizzo ai minori di 13 anni. Ciò significa, di conseguenza, che se dovesse succedere qualcosa di spiacevole, Meta (l’azienda che possiede WhatsApp) non si assumerà nessuna responsabilità, nemmeno in caso di dolo o colpa grave da parte sua.
L’account supervisionato
Seconda possibilità: siete tra i fortunati a poter disporre dell’account supervisionato. Le restrizioni che prevede WhatsApp con questi account sono sicuramente utili ma sono ben poche: nessun nuovo contatto né nuovo ingresso a gruppi senza approvazione, niente intelligenza artificiale, niente “stato” (la vetrina con le foto che girano) e controllo sulle impostazioni di privacy. Con quest’ultima caratteristica, da genitori accorti e previgenti, potete impostare la privacy al massimo (quindi niente visibilità sul nome, sulla foto profilo, su quando sì è online o l’ultima volta online etc.). In questo modo i vostri figli potranno trasmettere messaggi di testo, audio, foto, video, link e altri documenti solo a contatti e gruppi selezionati. Tutto ciò sembra rassicurante ma non lo è affatto. Si tratta di bambini, intrinsecamente immaturi e irresponsabili, che possono inviare qualsiasi contenuto multimediale, anche il meno opportuno, ad altri bambini ulteriormente immaturi e irresponsabili.
I genitori responsabili
Fin qui ho appositamente tralasciato il secondo punto dei termini di servizio sui minori di 13 anni (altrimenti potevo finire di scrivere l’articolo subito). Il punto dice che i genitori si assumono la piena responsabilità delle attività dei propri figli sulla piattaforma. Spesso questo punto sfugge ai più. Sebbene sia vero che nella vita di tutti i giorni, per legge, i genitori si assumono già la piena responsabilità delle azioni compiute dai figli (sicuramente dai minori di 13 anni) non dobbiamo pensare che WhatsApp sia un luogo in cui le azioni non sono vere azioni ma digitali, virtuali, intangibili e nemmeno dobbiamo pensare che sia un luogo circoscritto e protetto per definizione, in cui non possa succedere nulla di male. Senza scomodare i più nefasti e laceranti fatti di cronaca che sono solo la punta dell’iceberg, la stragrande maggioranza degli eventi spiacevoli e comunque traumatici per la vita di un figlio, correlati a questi strumenti non adatti alla loro età, avviene senza nessun clamore mediatico. C’è un sottobosco, fitto e inquietante, di danni che a volte non vengono alla luce nemmeno nell’intimità del focolare domestico e che poi hanno gravi ripercussioni negli anni successivi.
Né WhatsApp (che non può accedere ai contenuti) né i genitori possono avere piena contezza di azioni e comportamenti che i propri figli compiono sulla piattaforma. Ancor peggio va a quei figli a cui viene fornito un telefono totalmente privo di sistemi di controllo parentale (come Family Link per Android, ad esempio), con l’aggravante ulteriore se dotato anche di scheda SIM, che introduce la possibilità di fare e ricevere ogni sorta di telefonata e, soprattutto, di navigare praticamente ovunque su internet, anche in luoghi che risultano atroci e ostili perfino per un adulto. Non proteggete i vostri figli se gli permettete di andare al massimo giù in cortile intimandogli di non muoversi di lì ma poi gli date in mano un telefono che può navigare liberamente su internet: questo equivale esattamente a dargli la libertà di recarsi istantaneamente in qualsiasi posto del mondo, anche il più pericoloso e, per di più, senza che ne abbiano alcuna contezza né strumenti per difendersi.
Dipendenze e alterazioni
I bambini vedono il telefono come un giocattolo, i ragazzi come un gioco. Peccato che questo strumento, per come è concepito, dia dipendenza e porti ad alterazioni cognitivo-comportamentali. La dipendenza è data sia da meccanismi da “scroll” dei social network, di cui però non stiamo parlando, sia dalle notifiche che riguardano proprio le chat. Ricevere una notifica e farsi distogliere subito dallo studio o da altri giochi e attività costruttive per scoprire cosa è arrivato, regala a bambini e ragazzi un appagamento smisurato ma di breve durata. Finendo subito, cercano ulteriore appagamento e, se non ricevono altri messaggi, sono loro a inviarli per attivare il brivido dell’attesa di una risposta e prolungare il senso di soddisfazione quando la ricevono. Questa continua distrazione toglie spazio ad attività manuali, intellettive, interattive nel mondo reale e abbassa la capacità di concentrazione, la soglia di attenzione, causa disturbi dell’umore e disabitua allo sforzo fisico e mentale per riuscire ad ottenere nuove abilità, a comprendere e interpretare testi, nozioni, circostanze nuove, a ragionare, a scrivere e parlare bene eccetera.
La sensazione di appagamento e la frenesia offerte dall’interazione virtuale con altri coetanei, senza fatica e senza la difficoltà di doversi mettere in gioco, può diventare una trappola per i più giovani ai quali non vengano posti e fatti rispettare limiti e regole stringenti. Questi strumenti digitali servono come acceleratori di abilità già acquisite e, ove opportuno, per abbattere distanze e barriere. Non devono diventare scorciatoie né surrogati della vita reale. Se si sostituiscono ad attesa, pazienza, riflessione, ragionamento, apprendimento, allenamento, incontro, contatto etc. nel caso migliore diventano forieri di disvalori, nel caso peggiore di problemi di salute piuttosto delicati. Bisogna sempre tenerlo presente per il benessere dei propri figli che sono in piena fase di crescita, sviluppo e formazione.
La solitudine dei nativi digitali
Come già detto in premessa, se nemmeno gli adulti riescono a usare correttamente le chat, la cosa diventa ancor più disastrosa con bambini e ragazzi: non si può pretendere che sappiano contenere, moderare, gestire saggiamente e opportunamente nell’uso di questi mezzi. Ho anche già parlato dell’ingannevole equivoco del termine “nativi digitali” che non denota nessuna maggiore competenza rispetto agli altri ma solo abitudine all’esistenza e all’uso degli strumenti tecnologici.
Un altro fatto da considerare che vale per tutti, nativi e non, è che lo smartphone è progettato per essere facile da usare (i produttori spendono milioni e milioni di dollari per renderlo alla portata di tutti). Per questo è facile confondere la facilità d’uso del mezzo con un uso corretto e consapevole che è merce rara.
Altra insidia, forse la più subdola, riguarda proprio le chat perché apparentemente al loro interno ci sono le stesse dinamiche interattive di quando si è in presenza. Purtroppo tra parlare in chat e parlare di presenza non c’è quasi nulla in comune. Ritorniamo a “il mezzo è il messaggio”. A scuola, in famiglia e in altri contesti della quotidianità non virtuale, i giovani imparano fin dalla nascita a socializzare con il linguaggio verbale e non, vengono in continuazione indirizzati e guidati dagli altri, specialmente dai più grandi e dai più saggi. Nel mondo virtuale invece sono “soli” e non c’è un maestro o un genitore che li guidi; i giovani (e spesso anche gli adulti) non hanno nessuna consapevolezza di come funzioni un telefono, un computer o internet né di come ci si debba relazionare via chat in modo adeguato, costruttivo, tutelato e rispettoso.
Rischio minimo, non zero
Chi se ne occupa per mestiere sa che la sicurezza informatica non è un prodotto ma è un processo; in un processo ci sono tanti attori in gioco che rendono la sicurezza assoluta un concetto puramente teorico, utile a studiare modelli ma impraticabile nella realtà. Per quante restrizioni, antivirus e controlli parentali possiamo mettere, i malfattori digitali possono sfruttare quel poco spazio che gli rimane per fare danno ugualmente specialmente a chi, come i bambini e ragazzi, in linea di massima è più vulnerabile.
Rovesciando la prospettiva, bambini e ragazzi, nonostante le restrizioni tecnologiche che possiamo adottare, riusciranno sempre a ingegnarsi per sfruttare al massimo tutto il tempo, i contatti e i canali comunicativi che autorizziamo nelle chat, guidati dalla naturale curiosità di esplorare e testare i propri limiti. Motivo per cui la presenza vigile di un adulto non può mai essere sostituita da uno schermo.
Acceleratore di vizi
Ho già detto che in chat si è soli, senza guida, senza supervisione e senza mediazione. Questo aspetto, unito al fatto che la chat mette in comunicazione una o più persone, addirittura contemporaneamente e soprattutto istantaneamente, è in grado di accelerare dinamiche sociali poco costruttive. Si va dalla diffusione per emulazione di errori ortografici e concettuali ai ben peggiori vizi comportamentali, più o meno gravi, che alla lunga possono portare a conseguenze incontrollabili (perché difficili da intercettare sul nascere da parte di tutori ed educatori).
La chat è un utile strumento se usato da individui che hanno già ottenuto piena formazione generale e, possibilmente, anche digitale. Diventa pericolosa se la si usa in età evolutiva, non essendo uno strumento formativo ma anzi, come già detto, un acceleratore di vizi, anche pericolosi.
Appendice 1 - Esempi di strumenti utili per le chat di gruppo
Gli strumenti che seguono prevengono caos e dispersione di messaggi nei processi decisionali collettivi. Se usati nei modi e nei momenti opportuni, migliorano la chiarezza e l’efficacia nelle chat di gruppo.
Quando occorre fare un sondaggio è opportuno usare lo strumento “sondaggio”, chiarendo fin da subito l’ultima data e ora utile a partecipare al sondaggio per poi chiuderlo. Tale strumento necessita al massimo due messaggi: l’annuncio del sondaggio e il sondaggio stesso. Se viene notato un errore nella formulazione o se si vogliono chiarimenti è sufficiente scrivere al proponente. Sarà poi cura di quest’ultimo trasmettere un terzo messaggio chiarificatore ove fosse necessario.
Quando bisogna organizzare un incontro o un evento, il sondaggio fornirebbe delle scelte fisse e troppo rigide. Per ovviare a questo problema esistono svariati strumenti online (ad esempio When2Meet) in cui l’organizzatore può stabilire un intervallo di giorni dentro il quale chiunque può inserire tutte le proprie giornate e orari disponibili. In questo caso si invia un singolo messaggio di annuncio in cui si fornisce anche il link web allo strumento di scelta della data e si stabilisce un termine ultimo per dare la propria disponibilità.
Se occorre avanzare proposte di regali da fare a un festeggiato si possono adottare strumenti come i Moduli Google. Nella fase successiva si possono tirare fuori i risultati e metterli ai voti attraverso lo strumento di sondaggio.